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I am here, today, because I cannot be there, with you, today.
But thank you for coming.
Thank you for your resolve, and your generosity of spirit.

On Wendsday night, after a threat was sent to this embassy, and the police descended on this building, you came out in the middle of the night to watch over it, and you brought the world’s’ eyes with you.

Inside the embassy, after dark, I could hear teams of police swarming up into the building through the internal fire escape.
But I knew that there would be witnesses.
And that is because of you.

If the UK did not throw away the Vienna Conventions the other night, that is because world is watching.
And the world was watching because you were watching.

So the next time somebody tells you that it is pointless to defend those rights that we hold dear, remind them of your vigil in the dark before the Embassy of Ecuador, reminded how in the morning the sun came up on a different world, and a courageous Latin America nation took a stand for justice.

And so, to those brave people.
I thank President Correa for the courage he has shown in considering and then granting me political asylum.

And I also thank the government, and in particular Foreign Minister, Ricardo Patino, who have upheld the ecuatorian Constitution and its notion of universal system sheet (rights), in their consideration of my asylum.

And to the ecuadorian people for supporting and defending this constitution.

And I also have a debt of gratitude to the staff of this embassy, whose families live in London and who’ve showing me hospitality and kindness despite the threats that they all received.

This Friday there will be an emergency meeting of the foreign ministers of Latin America in Washington DC, to address this very situation.

And so I am grateful to those people and governments of Argentina, Bolivia, Brazil, Chile, Colombia, El Salvador, Honduras, Mexico, Nicaragua, Argentina, Peru, Venezuala and to all the other Latin American countries who have coming up to defend the right to asylum.

And to the people of the United States, the United Kingdom, Sweden and Australia, who have supported me in strength, even when their governments have not.

And to those wiser heads in government who are still fighting for justice. Your day will come.

To the staff, supporters and sources of WikiLeaks, whose courage and commitment and loyalty has seen no equal.

To my family and to my children who have been denied their father. Forgive me. We will be reunited soon.

As WikiLeaks stands under threat, so does the freedom of expression, and the health of our societies.

We must use this moment to articulate the choice that is before the government of the United States of America.
Will it return to and reaffirm the values, the revolutionary values it was standing on.
Or will it lurch off the precipice, dragging us all into a dangerous and oppressive world, in which journalists fall silent under the fear of prosecution, and citizens must whisper in the dark?

I say that it must turn back.
I ask President Obama to do the right thing.

The United States must renounce its wich-hunt against Wikileaks.

The United States must dissolve its FBI investigation.

The United States must vow that it will not seek to persecute our staff, or our supporters.

The United States must pledge before the world that it will not pursue journalists for shining, shining a light on the secret crimes of the powerful.

There must be no more foolish talk about prosecuting any media organization, be it WikiLeaks or be the New York Times.
The US administrations war on whistleblowers must end.

Thomas Drake, and William Binnery, and John Kirakou and the other heroic US whistleblower must – they must – be pardoned and compensated for the hardships they have endured as servants of the public record.

And the Army Private who remain in a military prison in Fort Leavenworth Kansas, who was found by the UN to have endured months of torturous detention in Quantico Virginia, and who has yet – after two years in prision – to see a trial, he must be released.

Bradley Manning must be released.

If Bradley Manning did as he is accused, he is a hero, an example to us all, and one of the world’s foremost political prisoners.
Bradley Manning must be released.

On Wednesday, Bradley Manning spent his 815th day of detention without trial. The legal maximum is 120 days.

On Thursday, my friend, Nabeel Rajab president of the Bahrain Human Rights Center, was sentenced to 3 years in prison for a tweet.

On Friday, a Russian band were sentenced to 2 years in jail for a political performance.

There is unity in the oppression.

There must be absolute unity and determination in the response.
Thank you.

Sono qui, oggi, perché non posso essere lì, con voi, oggi.
Ma grazie per essere venuti.
Grazie per la vostra determinazione e la vostra generosità di spirito.

Nella notte di mercoledi, dopo che una minaccia è stata inviata a questa ambasciata e la polizia ha circondato questo edificio, siete venuti fuori nel bel mezzo della notte per vegliare su di esso, e avete portato gli occhi del mondo con voi.

Dentro l’ambasciata, dopo il tramonto, potevo sentire le squadre di polizia brulicanti fino all’interno dell’edificio attraverso la scala antincendio interna.
Ma sapevo che ci sarebbero stati testimoni.
E questo è grazie a voi.
Se il Regno Unito non ha gettato via le Convenzioni di Vienna l’altra sera, é perché il mondo sta guardando.
E il mondo stava guardando, perché voi stavate guardando.

Così la prossima volta che qualcuno vi dice che è inutile difendere quei diritti che ci stanno a cuore, ricordate loro della vostra veglia nel buio davanti all’ambasciata dell’Ecuador, ricordate come la mattina il sole sorse su un mondo diverso, e una coraggiosa nazione dell’America Latina prese posizione per la giustizia.

E così, a quelle persone coraggiose.

Ringrazio il presidente Correa per il coraggio che ha dimostrato nel considerare e poi avermi concesso asilo politico.
E ringrazio anche il governo, e in particolare il ministro degli Esteri, Ricardo Patino, che ha sostenuto la Costituzione ecuadoregna ed i suoi concetti del sistema universale dei diritti, nella loro considerazione del mio asilo.
E al popolo ecuadoriano per sostenere e difendere questa costituzione.
E ho anche un debito di gratitudine verso il personale di questa Ambasciata, le cui famiglie vivono a Londra e che mi hanno mostrato ospitalità e cortesia nonostante le minacce che tutti hanno ricevuto.
Questo Venerdì ci sarà una riunione d’emergenza dei ministri degli Esteri dell’America Latina a Washington DC, per affrontare questa situazione.
E così sono grato a quelle persone e ai governi di Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, El Salvador, Honduras, Messico, Nicaragua, Argentina, Perù, Venezuela e di tutti gli altri paesi latino-americani che stanno arrivando per difendere il diritto di asilo.

E al popolo degli Stati Uniti, Regno Unito, Svezia e Australia, che mi hanno sostenuto in forza, anche quando i loro governi non l’hanno fatto.

E anche alle teste più saggie nel governo che stanno ancora combattendo per la giustizia. Verrà il vostro giorno.
Al personale, ai sostenitori e fonti di Wikileaks, il cui coraggio e impegno e lealtà non ha visto eguali.
Per la mia famiglia e ai miei bambini ai quali è stato negato il loro padre. Perdonatemi. Ci riuniremo al più presto.

Come WikiLeaks si trova in pericolo, lo è la libertà di espressione, e la salute della nostra società.

Dobbiamo approfittare di questo momento per fare la scelta che viene prima del governo degli Stati Uniti d’America.
Che ritorni a riaffermare i valori, i valori rivoluzionari sui quali poggiava.
O barcollerà sull’orlo del precipizio, trascinando tutti noi in un mondo pericoloso e opprimente, in cui i giornalisti tacciono sotto il timore di procedimenti giudiziari, e i cittadini devono sussurrare nel buio.
Io dico che deve tornare indietro.
Chiedo al presidente Obama di fare la cosa giusta.
Gli Stati Uniti devono rinunciare alla propria caccia alle streghe contro Wikileaks.
Gli Stati Uniti devono dissolvere l’indagine dell’FBI.
Gli Stati Uniti devono promettere che non cercheranno di perseguitare il nostro staff, o i nostri sostenitori.
Gli Stati Uniti devono impegnarsi di fronte al mondo che non perseguiranno i giornalisti che fanno luce sui crimini segreti dei potenti.
Non si deve nemmeno più parlare stupidamente di perseguire qualsiasi organizzazione mediatica, sia che si tratti WikiLeaks del New York Times.
La guerra dell’amministrazione degli Stati Uniti contro gli informatori deve finire.
Thomas Drake e William Binnery, e John Kirakou e gli altri eroici informatori degli Stati Uniti devono – devono – essere perdonati e ricompensati per le fatiche che hanno sopportato come servitori dell’opinione pubblica.
E Army Private che rimane nella prigione militare di Fort Leavenworth in Kansas, che è stato visitato dalle Nazioni Unite per aver subito mesi di straziante detenzione a Quantico in Virginia, e che non ha ancora – dopo due anni di prigione – visto un processo, deve essere rilasciato.
Bradley Manning deve essere rilasciato.
Se Bradley Manning ha fatto ciò per cui è accusato, è un eroe, un esempio per tutti noi, e uno dei prigionieri politici più importanti del mondo.
Bradley Manning deve essere rilasciato.
Mercoledì, Bradley Manning ha trascorso il suo 815° giorno di detenzione senza processo. Il massimo previsto dalla legge è di 120 giorni.
Giovedì, il mio amico, Nabeel Rajab presidente del Bahrain Human Rights Center, è stato condannato a 3 anni di carcere per un tweet.
Venerdì scorso, una band russaè stata condannata a 2 anni di carcere per uno spettacolo politico.

C’è unità nella oppressione.

Ci deve essere assoluta unità e determinazione nella risposta.
Grazie.

La vicenda delle acciaierie Ilva di Taranto è il classico ‘pasticcio all’italiana’: c’è il ricco e potente colosso industriale che non esita a sprigionare nell’ambiente circostante sostanze nocive inquinando l’aria, acqua e terra, c’è la politica locale e nazionale che ne sostiene gli interessi proteggendo in realtà se stessa e le sue malefatte, ci sono migliaia di posti di lavoro in ballo e quindi famiglie intere che poggiano la loro sopravvivenza su quella del polo industriale incriminato, ci sono gli abitanti della zona che si ammalano e muoiono più che altrove, ci sono gli ambientalisti che vorrebbero stare dalla solita parte ma la posta in palio è tale che forse è meglio defilarsi lasciando le proteste ai più accaniti, c’è ovviamente l’ Unione Europea e con lei i mercati, gli investitori esteri, il tracollo da evitare e c’è infine il solito conflitto tra istituzioni e magistratura perchè un giudice ha coraggiosamente stabilito che così non si può più andare avanti e l’Ilva fa fermata, bonificata e controllata prima di riprendere la produzione.

La ‘rivoluzione’ parte proprio da qui, dalla fine…

Nell’ordinanza del 26 luglio scorso il GIP Patrizia Todisco conclude che “chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato nell’attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza”.

Quindi?!?

Dal 1995 l’ Ilva è di proprietà del Gruppo Riva che opera nel campo delle produzioni siderurgiche e delle attività ad esse collegate. Leader assoluto in Italia e quarto a livello europeo in oltre 50 anni di attività, il suo sviluppo è frutto di un’attenta politica di espansione che ha portato alla realizzazione di numerose acquisizioni, tra cui la più importante, secondo quanto pubblicato nel sito istituzionale del Gruppo, è proprio quella di Ilva, privatizzata dal Governo italiano.

L’ ordinanza del GIPè rivolta dunque al Gruppo Riva che ‘gestisce’ ed il Governo italiano che ‘gestiva’ …

Tralasciando i dettagli sui giochi di potere, l’ ILVA è stata fondata da privati nel 1905 e per oltre 60 anni è stata controllata dallo Stato prima di ritornare in mano ai privati meno di 20 anni fa. Qualcuno si ricorderà dell’Italsider e gli impianti mastodontici in liguria, campania e puglia… beh, una volta tutto ciò si chiamava “Ilva” ed è tornata a chiamarsi tale al passaggio di proprietà da pubblico a privato.

È chiaro dunque che, prima ancora del Gruppo Riva, il danno ambientale e le conseguenze annesse e connesse sono frutto della spregiudicatezza dello Stato italiano nel perseguire i suoi obiettivi, attraverso l’operato dei governi che si sono succeduti per decenni, intervenendo direttamente sulle leggi, le deroghe, le esenzioni, gli incentivi e tutti gli artifici per trasformare in legale l’illegale…

Fermare gli impianti come deciso dal GIP significa perdere soldi, posti di lavoro, scoraggiare i mercati ed allontanare ulteriormente gli investitori esteri dall’ Italia. Il governo, ovviamente pressato dal Gruppo Riva, si è rivolto alla Corte Costituzionale – il cui giudizio è inappellabile – affinchè venga annullata l’ ordinanza che prevede lo spegnimento degli impianti incriminati e la cessazione temporanea della produzione durante le operazioni di bonifica, stimata in 8 – 10 mesi.
La posta in palio è altissima: se la Consulta decidesse in favore del governo, sarebbe come avallare l’ “inquinamento per giusta causa” anteponendo gli interessi economici di tutti – dipendenti Ilva inclusi ma solo per effetto – alla tutela della salute collettiva.
Se invece non la spuntasse l’esecutivo, i primi a pagare saranno le migliaia di lavoratori che si ritroverebbero a casa dall’ oggi al domani, nel pieno della recessione economica, mal digeriti dallo Stato ‘senza soldi’ che il governo dovrebbe trovare imponendo nuove tasse, scaricandone con piacere ogni responsabilità sulla magistratura e l’operato ‘incosciente’ del GIP…
Davvero una gran bella gatta da pelare… tuttavia quale occasione sarebbe migliore di questa per dare un segnale chiaro e forte, affinchè l’ interesse economico non prevalga su quelli della società civile?SMUOVIAMO LE COSCIENZE!

Proverò a chiarire per comprendere meglio la situazione.

Nel 2012 sono state depositate preso la Procura della Repubblica di Taranto due perizie (una chimica e l’altra epidemiologica) nell’ambito dell’incidente probatorio che vede indagati Emilio Riva, suo figlio Nicola, Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento siderurgico, e Angelo Cavallo, responsabile dell’area agglomerato.
A loro carico sono ipotizzate le accuse di disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose e inquinamento atmosferico.

Nella prima perizia, sulle emissioni, si legge che nel 2010 Ilva ha emesso in aria le seguenti sostanze convogliate (tabella A-1 della perizia):

  • 4.159.300 kg di polveri;
  • 11.056.900 kg di diossido di azoto;
  • 11.343.200 kg di anidride solforosa;
  • 7.000 kg di acido cloridrico;
  • 1.300 kg di benzene;
  • 338,5 kg di Idrocarburi Policiclici Aromatici;
  • 52,5 g di Benzo(a)pirene;
  • 14,9 g di policlorodibenzodiossine (abbreviato in diossine) e policlorodibenzofurani;
  • 280 kg di cromo III (cromo trivalente);

Inoltre, da dichiarazione E-PRTR della stessa ILVA (tabella C-1 della perizia):

  • 172.123.800 kg di monossido di carbonio;
  • 8.606.106.000 kg di biossido di carbonio;
  • 718.600 kg di composti organici volatili non metanici;
  • 8.190.000 kg di ossidi di azoto;
  • 7.645.000 kg di ossidi di zolfo;
  • 157,1 kg di arsenico;
  • 137,6 kg di cadmio;
  • 564,1 kg di cromo;
  • 1.758,2 kg di rame;
  • 20,9 kg di mercurio;
  • 424,8 kg di nichel;
  • 9.023,3 kg di piombo;
  • 23.736,4 kg di zinco;
  • 15,6 g di diossine;
  • 337,7 kg di IPA;
  • 1.254,3 kg di benzene;
  • 356.600 kg di cloro e composti organici;
  • 20.063,2 kg di fluoro e composti organici;
  • 1.361.000 kg di polveri.

A tali emissioni convogliate, vanno sommate tutte quelle non convogliate, cioè disperse in modo incontrollato, la cui quantità è riportata nella perizia nelle tabelle A-III, B-III, C-III, D-III, E-III, F-III, G-III, H-III, I-III, e riguardano sostanze come tutte quelle suddette, in aggiunta ad acido solfidrico, vanadio, tallio, berillio, cobalto, policlorobifenili (PCB) e naftalene.

La fuoriuscita di gas e nubi rossastre dal siderurgico (slopping) è un fenomeno documentato dai periti chimici e dai NOE di Lecce. Come da risposta al quesito II della perizia sulle emissioni, la diossina trovata nel corpo degli animali, abbattuti gli anni precedenti proprio perché contaminati, è risultata essere la stessa diossina emessa dai camini del polo siderurgico.

Pur non essendo dei chimici, non è difficile intuire che dall’ Ilva  si disperdono nell’ambiente tonnellate di porcherie che la gente respira e ingerisce. Pensate alla Puglia, alle coltivazioni agricole, all’ olio di oliva, al pesce fresco, alle cozze, al latte, ai formaggi, al vino…

Per ciò che riguarda la seconda perizia, epidemiologica, i periti nominati della Procura di Taranto hanno quantificato, nei sette anni considerati:

  • un totale di 11550 morti, con una media di 1650 morti all’anno, soprattutto per cause cardiovascolari e respiratorie;
  • un totale di 26999 ricoveri, con una media di 3857 ricoveri all’anno, soprattutto per cause cardiache, respiratorie, e cerebrovascolari.

Di questi, considerando solo i quartieri Tamburi e Borgo, i più vicini alla zona industriale:

  • un totale di 637 morti, in media 91 morti all’anno, è attribuibile ai superamenti dei limiti di PM10;
  • un totale di 4536 ricoveri, una media di 648 ricoveri all’anno, solo per malattie cardiache e malattie respiratorie, sempre attribuibili ai suddetti superamenti.

Secondo i periti nominati dalla procura, la situazione sanitaria a Taranto è molto critica, anzi unica in Italia. Gran parte delle sostanze rilevate nella perizia sulle emissioni sono state poi considerate in quella epidemiologica come “di interesse sanitario”.
Gli inquinanti sono in concentrazioni più elevate nei quartieri in prossimità dell’impianto. Le stesse concentrazioni variano nel tempo e dipendono dalla direzione del vento.

Gli esiti sanitari per cui esiste una “forte evidenza scientifica” di possibile danno dovuto alle emissioni del siderurgico sono:

  • mortalità per cause naturali;
  • patologie cardiovascolari;
  • patologie respiratorie, in particolare per i bambini;
  • tumori maligni in generale, in età pediatrica (0-14 anni), tumore della laringe, del polmone, della pleura, della vescica, del connettivo, dei tessuti molli, linfomi non-Hodgkin e leucemie.

Gli esiti sanitari per cui vi è una “evidenza scientifica suggestiva” di un possibili danno dovuto alle emissioni del siderurgico sono:

  • malattie neurologiche;
  • malattie renali;
  • tumore maligno dello stomaco tra i lavoratori del complesso siderurgico.

Per quanto riguarda la diossina, gli impianti dell’Ilva ne emettevano nel 2002 il 30,6% del totale italiano, ma sulla base dei dati INES (Inventario Nazionale delle Emissioni e loro Sorgenti) del 2006, la percentuale sarebbe salita al 92%, contestualmente allo spostamento in loco delle lavorazioni “a caldo” dallo stabilimento di Genova. Quest’ultimo dato non è però attendibile perchè è molto poco rappresentativo della situazione reale.

Ilva, nelle sue dichiarazioni ufficiali, indica nel 21% sul totale italiano la percentuale di diossine emessa dall’impianto di Taranto.

Purtroppo l’Ilva ha sempre sottostimato la diossina, dichiarandone al registro INES meno di 100 grammi all’anno, quando invece le rilevazioni Arpa ne hanno riscontrato circa 172 grammi anno nelle misurazioni del 2008.
Le ultime rilevazioni rese pubbliche dall’Arpa Puglia confermano il progressivo miglioramento della situazione: dal 1994 al 2011 si è passati da 800 a 3,5 grammi di diossine all’anno (1).
La media di emissione annuale di diossine e furani, nello stabilimento Ilva di Taranto, è stata nel 2011 pari a 0,0389 ngTEQ/Nm3, inferiori al limite di 0,4 stabilito dalla legge regionale “anti-diossina” (l.r. n. 44/2008) (2).

note:

  1. “dal 1994 al 2011 si è passati da 800 a 3,5 grammi di diossine all’anno”. Quell’ ‘800’ non lascia spazio a grandi dubbi: lo Stato è il maggiore responsabile dell’elevatissimo grado di inquinamento ambientale in cui versa l’area e soprattutto delle malattie e dei decessi avvenuti nella popolazione per le cause evidenziate nelle recenti perizie, i cui dati sono già solo così sconcertanti contando centinaia di morti e migliaia di malati cronici, pur rilevando valori medi delle sostanze inquinanti notevolmente diminuiti durante il periodo di gestione privata rispetto a quella pubblica.
  2. guardacaso una legge regionale ad hoc fissa il limite massimo delle diossine appena sopra quello dichiarato dal Gruppo…

Tali rilevamenti, però, non vengono effettuati anche di notte, sempre preavvisando l’azienda, non in continuo, e soprattutto per soli dodici giorni all’anno (quattro campagne con tre rilevamenti ciascuna): quella di 0,0389 ngTEQ/Nm3 è una media quindi che potrebbe non fotografare esattamente la realtà, considerando anche le decurtazioni del 35% per incertezza.

nota:
vi rendete conto della presa in giro?
controlli concordati con l’azienda, mai di notte etc etc…

In ogni caso la quantità di diossina riversata nell’ambiente ha reso non pascolabile il terreno attorno all’Ilva nelle aree incolte. Precisamente, un’ordinanza della regione Puglia vieta il pascolo entro un raggio di 20 km attorno l’area industriale che, quindi, diventa un serio ostacolo per la crescita delle aziende zootecniche e produttrici di latte e prodotti caseari, oltre che esserlo per tutte quelle aziende di mitilicoltura, se venisse dimostrato il legame delle emissioni industriali anche con la diossina e PCB rinvenute nelle cozze.

nota:
tutti sanno tutto ma nessuna istituzione interviene, limitandosi a fissare divieti…

La perizia epidemiologica si conclude con un’affermazione che sintetizza forse nemmeno completamente la reale situazione dell’area ionica:

L’esposizione continuata agli inquinanti dell’atmosfera emessi dall’impianto siderurgico ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi di apparati diversi dell’organismo umano che si traducono in eventi di malattia e di morte“.

Fosse per me le patrie galere domattina accoglierebbero tutti i responsabili, fermerei gli impianti e pagherei con i loro lauti compensi gli stipendi di chi perderebbe per mesi  il lavoro. Infine, a questi balordi del “profitto senza compromessi”, darei da bere e mangiare solo prodotti locali tarantini… e l’ora d’aria la organizzerei in locali dove ricircola la stessa aria che si respira nelle acciaierie…

Fortuna loro non ho il potere di farlo!

(fonti: fondazioneansaldo.it / storiaindustria.it / Espresso – Gruppo Repubblica / varie online)

Sabato 14 aprile 2012, Pescara – Stadio Adriatico, ore 15.29
Durante la partita tra Pescara e Livorno Piermario Morosini, 25enne centrocampista della squadra ospite, viene colpito da malore e si accascia sul terreno di gioco. Trasportato d’urgenza in ospedale, vi giungerà cadavere.

Il mancato intervento tempestivo di  un’autoambulanza, invocato ad un certo punto persino dai cori dei tifosi di entrambe le squadre, è stato  ritardato a causa di  un’auto di servizio dei vigili urbani, i quali l’ hanno incautamente lasciata in sosta all’interno dello stadio ostruendo il passaggio per i veicoli di soccorso, liberato solo dopo aver infranto i vetri dell’auto poi spostata a spinta.

La salma di Piermario Morosini è stata trasferita nell’obitorio dell’ospedale civile di Pescara ed il pm della Procura pescarese Valentina D’Agostino ne ha disposto l’autopsia. Quanto finora sostenuto dai medici, che “nonostante i soccorsi giunti in ritardo sarebbe stato impossibile salvare la vita al calciatore”, “che il suo destino era segnato” non è sufficente anche in virtù di quanto dichiarato dall’ A.d. del Pescara, Danilo Iannascoli, il quale sostiene che l’ atleta era ancora cosciente quando è stato caricato in barella sull’autoambulanza finalmente giunta sul terreno di gioco, che i suoi occhi erano aperti ed i loro sguardi si sono incrociati.

Se per salvare la vita del giovane calciatore ormai è tardi, c’è invece tutto il tempo per scovare chi è, dov’era e soprattutto cosa stava facendo quel pubblico ufficiale che si è reso irreperibile pur lasciando tranquillamente l’auto lì dove nessuno si sarebbe mai sognato di parcheggiare la propria con la speranza di ritrovarla a fine gara…

Il fatto stesso che non sia stato possibile mettersi in contatto con chi avesse le chiavi dell’auto apre le porte a scenari sconcertanti: l’agente poteva non essere in servizio pur disponendo dell’ auto di ordinanza, quindi non aveva con sè la radio.

Il Comune di Pescara avvierà un’indagine interna, un atto dovuto date le circostanze ma evidentemente del tutto insufficiente: questi panni sporchi non si possono lavare in casa propria. Oltre a quella del vigile urbano in questione vanno delineate le condotte di tutta una serie di figure istituzionali, dal responsabile della sicurezza della struttura a quello delle forze dell’ordine.

Potrebbe sembrare esagerato ma pensate ad un comune cittadino qualsiasi, reo di aver ostruito il passaggio ad un’autoambulanza, ostacolando un intervento di soccorso della massima urgenza, nei confronti di un uomo colto da malore che alla fine è giunto in ospedale cadavere…

:: Piermario Morosini ::

Piermario Morosini (1986-2012)

A posteriori, quando quest’uomo abbandona improvvisamente quella di calcio per un’altra partita, è agghiacciante vederlo cadere in terra e cercare di rialzarsi una, due, tre volte ed arrendersi solo al quarto tentativo, quando il cuore si è già fermato e le braccia non ce la fanno più.

È stato uno scontro brevissimo ed impari, nessuno si accorto per tempo di tutta quella forza bruciata in pochi centimetri di prato e così, nonostante la sconfitta, il Moro è uscito dal campo tra gli applausi di tutto lo stadio.
Per l’ultima volta.

«Non tiro a campare. Via se il Paese non è pronto». Parole forti quelle di Mario Monti che prende le distanze dal vecchio sistema politico della Prima Repubblica, mai finito in soffitta, e incalza lanciando chiara la provocazione di non portare a compimento il processo di riforme senza il rafforzamento di quel consenso che solo bipartisan non è più sufficiente e che è necessario ad evitare il confronto-scontro a oltranza, oggi in atto soprattutto con le parti sociali sul tema della riforma del lavoro.

Il messaggio del premier è chiaro e perentorio:
QUESTO GOVERNO NON SI PIEGA A NIENTE E NESSUNO.
Punto.

Ai partiti politici non conviene certo ostacolare un esecutivo slegato da logiche elettorali ed impegnato nel portare avanti riforme dall’ appeal popolare rasente lo zero assoluto.

Alla gente non si nega il diritto di protestare o di scioperare: come disse una volta Romano Prodi nelle vesti di premier, «la gente ha il diritto di manifestare, noi non abbiamo l’obbligo di ascoltarli!».
Stesso discorso vale per gli schieramenti politici, in particolare quelli oppositori:  discutete, se volete, ma fatelo brevemente e soprattutto senza intendere di rallentare i lavori.

Il Presidente del Consiglio ha assunto l’incarico di fare il lavoro sporco, purchè glielo si faccia fare. Lui non chiede: agisce.

Ci sono da rimettere a posto i conti pubblici, attirare gli investitori esteri, aprire il mercato del lavoro in entrata soprattutto ai giovani, tra i quali un abbondante 32% è disoccupato. Come fare non è dato saperlo, non ancora.
Sappiamo solo che la modifica dell’ Art.18 dello Statuto dei Lavoratori permetterà alle imprese di licenziare i propri dipendenti senza più la sussistenza della “giusta causa” o, più precisamente, introducendo nel concetto di “giusta causa” nuovi parametri come, ad esempio, quelli economici: se l’azienda ha problemi di fatturato, è legittimata a licenziare i dipendenti.

Nello svendere l’Italia ai ricchi capitalisti orientali, alle banche ed alle corporate nazionali ed estere, agli italiani non resta altro che affrontare e patire i sacrifici economici ormai fuori controllo: si paga lo Stato, le Regioni ed i Comuni, tutti legittimati a mettere le mani nei portafogli degli italiani, senza considerare i rincari dei beni al consumo…

Di fronte a questo quadro reale e sconfortante la prima cosa che mi viene in mente è “RIVOLUZIONE SOCIALE“, peraltro violenta visto che manifestare pacificamente non serve a nulla…

Ma poniamo il caso che…

…che il governo tecnico si stia muovendo nella direzione giusta, che i Monti e i Fornero abbiano ragione…

Se  così fosse, perchè mai dovremmo permettere ai ‘tecnici’ nel 2013 di lasciare il posto ai soliti noti, quelli dove il più sano ha come minimo la lebbra?

Se questo governo proseguirà il suo operato, è giusto pretendere la sua totale assunzione di responsabilità di fronte al Paese ma anche l’impegno di provvedere da subito ad un ridimensionamento dell’ influenza politica dei partiti.

Daltronde, se la politica ha fin qui fallito, datemi ragioni plausibili per giustificare la riaffermazione dei partiti nell’esecutivo. Io non ne ho.
È giusto che abbiano un posto al tavolo delle trattative ma per conto degli italiani che rappresentano e non dei propri interessi.

Quest’idea di base e discutibilissima tutto sommato non mi dispiacerebbe: meglio un governo competente che una masnada di deputati ignoranti per i quali il Darfùr ha a che fare coi fast-food… tanto per dirne una.

Il ministro Fornero è davvero una donna incredibile: alla conferenza stampa “salva Italia” piange mentre comunica che si è inchiappettata i pensionati presenti e futuri: tra i primi ci sono quelli che non si vedranno rivalutare la pensione in base all’inflazione, i secondi saranno congedati ancora più vicini alla fossa di quanto già non sia ora. Da allora il ministro non ha più pianto ma il suo operato ha ridotto in lacrime milioni di italiani…

Ora tocca alla riforma del lavoro e il suo cruccio è la modifica del famoso articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, quello che in pratica ammette il licenziamento ‘solo’  per giusta causa. Ogni tanto dice che il punto non è l’articolo 18 ma poi casca sempre lì, costruendo presupposti inverosimili: per esempio, sostiene che per colpa dell’articolo 18 così com’è strutturato oggi, i lavoratori sono imprigionati sul posto di lavoro, non ne possono uscire…

Mah… mi sembrava che questo articolo 18 tutelasse i lavoratori dal licenziamento facile, un modo per evitare il rischio quotidiano di ritrovarsi l’ indomani sulla strada, quindi impedire alle aziende di agire esclusivamente nel proprio interesse, limitare le discriminazioni e tutte quelle ingiustizie e pressioni alle quali i lavoratori sono comunque spesso soggetti.

Tutto falso per il ministro: l’articolo 18 impedisce il libero mercato, stronca le velleità di carriera ed ogni ambizione del lavoratore che, con in tasca un contratto a tempo indeterminato, psicologicamente si siede sugli allori e tira avanti a campare.

In parte ciò potrebbe anche essere vero, tuttavia il ministro non illustra ad esempio le ambizioni a cui può aspirare un operaio, magari tecnicamente preparato ma difficlmente avvezzo a chissà quali impeti ambiziosi.
In quale film un verniciatore della FIAT domani prende il posto di John Elkann…?!?

Se si gioca pulito, nel rispetto delle leggi, ovvero non si parla di sfruttamento del lavoro nero o delle assunzioni sottocosto di chi tra poco e nulla preferisce il “poco”, in quale fiction una qualsiasi azienda che si troverebbe in condizioni tali da ricorrere al licenziamento del personale ne assumerebbe poi altro?

Detto questo, c’è un altro punto: il contratto interinale era stato studiato per agevolare l’ingresso nel mondo del lavoro per i più giovani, quelli che alla ricerca del primo impiego si scontravano con un mercato occupazionale che pretendeva quell’esperienza che anche un cretino sapeva che un giovane non poteva avere.
Beh, sappiamo tutti come invece è andata a finire: è nato il precariato.

Quindi su cosa poggia le sue richieste il ministro? Qual’è il progetto, il programma, la ricetta, quali sono le reali prospettive che si aprirebbero nel mercato del lavoro stravolgendo l’articolo 18?

Semplice: nulla. Lei spera, lei auspica… bisogna riformare perchè i mercati stranieri ci contano… ma non può garantire nulla perchè non c’è nulla che può essere garantito.

Le parti sociali – i sindacati rappresentati dal trio Camusso-Angeletti-Bonanni – sembrava non avessero intenzione di mollare l’osso, soprattutto Susanna Camusso che ora è l’unica a ostacolare l’esecutivo.
La determinazione del segretario generale della CGIL non destabilizza le intenzioni del ministro di chiudere la questione con o senza accordo con le parti sociali.

A questo punto, se il ministro è davvero in buona fede, una soluzione ci potrebbe anche essere se soltanto si pensasse alla modifica “a tempo” dell’articolo 18, dopodichè decidere se proseguire su questa linea piuttosto che tornare indietro.

fregio reggimento san marcoLa vicenda di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due marò attualmente detenuti nel carcere indiano di Trivandrum, capoluogo dello Stato indiano del Kerala, con l’accusa di avere ucciso due pescatori, ridimensiona drasticamente il sopravvalutato peso diplomatico italiano all’estero. Crolla il sogno degli ultimi governi di imporre l’Italia sul piano internazionale, finanziando le ricche missioni dei nostri militari impegnati al fianco di Stati Uniti e Gran Bretagna nella subdola guerra al terrorismo fondamentalista islamico.

Il ministro degli Esteri Giulio Terzi ha convocato l’ambasciatore indiano a Roma, al quale ha ribadito che le misure prese nei confronti dei due marò sono «inaccettabili» mentre il coordinatore nazionale del Pdl ed ex ministro della Difesa Ignazio La Russa invoca il coinvolgimento di Onu, Ue e Nato.

Curioso l’atteggiamento delle autorità locali durante l’intera vicenda: nonostante i fatti si siano svolti senza alcun dubbio in acque internazionali, la nave mercantile Enrica Lexie sulla quale i marò prestavano servizio di sicurezza è stata tradotta in acque indiane, consentendo il prelievo coatto dei due soldati che, posti prima in stato di fermo in attesa del processo, ora sono in carcere in attesa della sentenza pur ricevendo un trattamento “privilegiato” rispetto agli altri detenuti.

In pratica le autorità indiane hanno fatto tutto quello che hanno voluto senza prendere minimamente in considerazione la posizione legittima del governo italiano.

Nonostante le rilevanti differenze, il ricordo non può non andare al 3 febbraio 1998, quando un aereo militare americano in volo radente tranciò i cavi della funivia del Cermìs in Val di Fiemme, uccidendo venti persone di 6 nazionalità diverse.
Il processo contro il pilota, il capitano Ashby, fu celebrato negli Stati Uniti nonostante i fatti si fossero svolti in Italia, nonostante le responsabilità provate, le omissioni, i tentativi di depistaggio e le menzogne sostenute dagli americani.

Oggi come allora, l’influenza istituzionale italiana a livello internazionale vale quanto il due di briscola!

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