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Archive for the ‘cronaca’ Category

I am here, today, because I cannot be there, with you, today.
But thank you for coming.
Thank you for your resolve, and your generosity of spirit.

On Wendsday night, after a threat was sent to this embassy, and the police descended on this building, you came out in the middle of the night to watch over it, and you brought the world’s’ eyes with you.

Inside the embassy, after dark, I could hear teams of police swarming up into the building through the internal fire escape.
But I knew that there would be witnesses.
And that is because of you.

If the UK did not throw away the Vienna Conventions the other night, that is because world is watching.
And the world was watching because you were watching.

So the next time somebody tells you that it is pointless to defend those rights that we hold dear, remind them of your vigil in the dark before the Embassy of Ecuador, reminded how in the morning the sun came up on a different world, and a courageous Latin America nation took a stand for justice.

And so, to those brave people.
I thank President Correa for the courage he has shown in considering and then granting me political asylum.

And I also thank the government, and in particular Foreign Minister, Ricardo Patino, who have upheld the ecuatorian Constitution and its notion of universal system sheet (rights), in their consideration of my asylum.

And to the ecuadorian people for supporting and defending this constitution.

And I also have a debt of gratitude to the staff of this embassy, whose families live in London and who’ve showing me hospitality and kindness despite the threats that they all received.

This Friday there will be an emergency meeting of the foreign ministers of Latin America in Washington DC, to address this very situation.

And so I am grateful to those people and governments of Argentina, Bolivia, Brazil, Chile, Colombia, El Salvador, Honduras, Mexico, Nicaragua, Argentina, Peru, Venezuala and to all the other Latin American countries who have coming up to defend the right to asylum.

And to the people of the United States, the United Kingdom, Sweden and Australia, who have supported me in strength, even when their governments have not.

And to those wiser heads in government who are still fighting for justice. Your day will come.

To the staff, supporters and sources of WikiLeaks, whose courage and commitment and loyalty has seen no equal.

To my family and to my children who have been denied their father. Forgive me. We will be reunited soon.

As WikiLeaks stands under threat, so does the freedom of expression, and the health of our societies.

We must use this moment to articulate the choice that is before the government of the United States of America.
Will it return to and reaffirm the values, the revolutionary values it was standing on.
Or will it lurch off the precipice, dragging us all into a dangerous and oppressive world, in which journalists fall silent under the fear of prosecution, and citizens must whisper in the dark?

I say that it must turn back.
I ask President Obama to do the right thing.

The United States must renounce its wich-hunt against Wikileaks.

The United States must dissolve its FBI investigation.

The United States must vow that it will not seek to persecute our staff, or our supporters.

The United States must pledge before the world that it will not pursue journalists for shining, shining a light on the secret crimes of the powerful.

There must be no more foolish talk about prosecuting any media organization, be it WikiLeaks or be the New York Times.
The US administrations war on whistleblowers must end.

Thomas Drake, and William Binnery, and John Kirakou and the other heroic US whistleblower must – they must – be pardoned and compensated for the hardships they have endured as servants of the public record.

And the Army Private who remain in a military prison in Fort Leavenworth Kansas, who was found by the UN to have endured months of torturous detention in Quantico Virginia, and who has yet – after two years in prision – to see a trial, he must be released.

Bradley Manning must be released.

If Bradley Manning did as he is accused, he is a hero, an example to us all, and one of the world’s foremost political prisoners.
Bradley Manning must be released.

On Wednesday, Bradley Manning spent his 815th day of detention without trial. The legal maximum is 120 days.

On Thursday, my friend, Nabeel Rajab president of the Bahrain Human Rights Center, was sentenced to 3 years in prison for a tweet.

On Friday, a Russian band were sentenced to 2 years in jail for a political performance.

There is unity in the oppression.

There must be absolute unity and determination in the response.
Thank you.

Sono qui, oggi, perché non posso essere lì, con voi, oggi.
Ma grazie per essere venuti.
Grazie per la vostra determinazione e la vostra generosità di spirito.

Nella notte di mercoledi, dopo che una minaccia è stata inviata a questa ambasciata e la polizia ha circondato questo edificio, siete venuti fuori nel bel mezzo della notte per vegliare su di esso, e avete portato gli occhi del mondo con voi.

Dentro l’ambasciata, dopo il tramonto, potevo sentire le squadre di polizia brulicanti fino all’interno dell’edificio attraverso la scala antincendio interna.
Ma sapevo che ci sarebbero stati testimoni.
E questo è grazie a voi.
Se il Regno Unito non ha gettato via le Convenzioni di Vienna l’altra sera, é perché il mondo sta guardando.
E il mondo stava guardando, perché voi stavate guardando.

Così la prossima volta che qualcuno vi dice che è inutile difendere quei diritti che ci stanno a cuore, ricordate loro della vostra veglia nel buio davanti all’ambasciata dell’Ecuador, ricordate come la mattina il sole sorse su un mondo diverso, e una coraggiosa nazione dell’America Latina prese posizione per la giustizia.

E così, a quelle persone coraggiose.

Ringrazio il presidente Correa per il coraggio che ha dimostrato nel considerare e poi avermi concesso asilo politico.
E ringrazio anche il governo, e in particolare il ministro degli Esteri, Ricardo Patino, che ha sostenuto la Costituzione ecuadoregna ed i suoi concetti del sistema universale dei diritti, nella loro considerazione del mio asilo.
E al popolo ecuadoriano per sostenere e difendere questa costituzione.
E ho anche un debito di gratitudine verso il personale di questa Ambasciata, le cui famiglie vivono a Londra e che mi hanno mostrato ospitalità e cortesia nonostante le minacce che tutti hanno ricevuto.
Questo Venerdì ci sarà una riunione d’emergenza dei ministri degli Esteri dell’America Latina a Washington DC, per affrontare questa situazione.
E così sono grato a quelle persone e ai governi di Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, El Salvador, Honduras, Messico, Nicaragua, Argentina, Perù, Venezuela e di tutti gli altri paesi latino-americani che stanno arrivando per difendere il diritto di asilo.

E al popolo degli Stati Uniti, Regno Unito, Svezia e Australia, che mi hanno sostenuto in forza, anche quando i loro governi non l’hanno fatto.

E anche alle teste più saggie nel governo che stanno ancora combattendo per la giustizia. Verrà il vostro giorno.
Al personale, ai sostenitori e fonti di Wikileaks, il cui coraggio e impegno e lealtà non ha visto eguali.
Per la mia famiglia e ai miei bambini ai quali è stato negato il loro padre. Perdonatemi. Ci riuniremo al più presto.

Come WikiLeaks si trova in pericolo, lo è la libertà di espressione, e la salute della nostra società.

Dobbiamo approfittare di questo momento per fare la scelta che viene prima del governo degli Stati Uniti d’America.
Che ritorni a riaffermare i valori, i valori rivoluzionari sui quali poggiava.
O barcollerà sull’orlo del precipizio, trascinando tutti noi in un mondo pericoloso e opprimente, in cui i giornalisti tacciono sotto il timore di procedimenti giudiziari, e i cittadini devono sussurrare nel buio.
Io dico che deve tornare indietro.
Chiedo al presidente Obama di fare la cosa giusta.
Gli Stati Uniti devono rinunciare alla propria caccia alle streghe contro Wikileaks.
Gli Stati Uniti devono dissolvere l’indagine dell’FBI.
Gli Stati Uniti devono promettere che non cercheranno di perseguitare il nostro staff, o i nostri sostenitori.
Gli Stati Uniti devono impegnarsi di fronte al mondo che non perseguiranno i giornalisti che fanno luce sui crimini segreti dei potenti.
Non si deve nemmeno più parlare stupidamente di perseguire qualsiasi organizzazione mediatica, sia che si tratti WikiLeaks del New York Times.
La guerra dell’amministrazione degli Stati Uniti contro gli informatori deve finire.
Thomas Drake e William Binnery, e John Kirakou e gli altri eroici informatori degli Stati Uniti devono – devono – essere perdonati e ricompensati per le fatiche che hanno sopportato come servitori dell’opinione pubblica.
E Army Private che rimane nella prigione militare di Fort Leavenworth in Kansas, che è stato visitato dalle Nazioni Unite per aver subito mesi di straziante detenzione a Quantico in Virginia, e che non ha ancora – dopo due anni di prigione – visto un processo, deve essere rilasciato.
Bradley Manning deve essere rilasciato.
Se Bradley Manning ha fatto ciò per cui è accusato, è un eroe, un esempio per tutti noi, e uno dei prigionieri politici più importanti del mondo.
Bradley Manning deve essere rilasciato.
Mercoledì, Bradley Manning ha trascorso il suo 815° giorno di detenzione senza processo. Il massimo previsto dalla legge è di 120 giorni.
Giovedì, il mio amico, Nabeel Rajab presidente del Bahrain Human Rights Center, è stato condannato a 3 anni di carcere per un tweet.
Venerdì scorso, una band russaè stata condannata a 2 anni di carcere per uno spettacolo politico.

C’è unità nella oppressione.

Ci deve essere assoluta unità e determinazione nella risposta.
Grazie.
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La vicenda delle acciaierie Ilva di Taranto è il classico ‘pasticcio all’italiana’: c’è il ricco e potente colosso industriale che non esita a sprigionare nell’ambiente circostante sostanze nocive inquinando l’aria, acqua e terra, c’è la politica locale e nazionale che ne sostiene gli interessi proteggendo in realtà se stessa e le sue malefatte, ci sono migliaia di posti di lavoro in ballo e quindi famiglie intere che poggiano la loro sopravvivenza su quella del polo industriale incriminato, ci sono gli abitanti della zona che si ammalano e muoiono più che altrove, ci sono gli ambientalisti che vorrebbero stare dalla solita parte ma la posta in palio è tale che forse è meglio defilarsi lasciando le proteste ai più accaniti, c’è ovviamente l’ Unione Europea e con lei i mercati, gli investitori esteri, il tracollo da evitare e c’è infine il solito conflitto tra istituzioni e magistratura perchè un giudice ha coraggiosamente stabilito che così non si può più andare avanti e l’Ilva fa fermata, bonificata e controllata prima di riprendere la produzione.

La ‘rivoluzione’ parte proprio da qui, dalla fine…

Nell’ordinanza del 26 luglio scorso il GIP Patrizia Todisco conclude che “chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato nell’attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza”.

Quindi?!?

Dal 1995 l’ Ilva è di proprietà del Gruppo Riva che opera nel campo delle produzioni siderurgiche e delle attività ad esse collegate. Leader assoluto in Italia e quarto a livello europeo in oltre 50 anni di attività, il suo sviluppo è frutto di un’attenta politica di espansione che ha portato alla realizzazione di numerose acquisizioni, tra cui la più importante, secondo quanto pubblicato nel sito istituzionale del Gruppo, è proprio quella di Ilva, privatizzata dal Governo italiano.

L’ ordinanza del GIPè rivolta dunque al Gruppo Riva che ‘gestisce’ ed il Governo italiano che ‘gestiva’ …

Tralasciando i dettagli sui giochi di potere, l’ ILVA è stata fondata da privati nel 1905 e per oltre 60 anni è stata controllata dallo Stato prima di ritornare in mano ai privati meno di 20 anni fa. Qualcuno si ricorderà dell’Italsider e gli impianti mastodontici in liguria, campania e puglia… beh, una volta tutto ciò si chiamava “Ilva” ed è tornata a chiamarsi tale al passaggio di proprietà da pubblico a privato.

È chiaro dunque che, prima ancora del Gruppo Riva, il danno ambientale e le conseguenze annesse e connesse sono frutto della spregiudicatezza dello Stato italiano nel perseguire i suoi obiettivi, attraverso l’operato dei governi che si sono succeduti per decenni, intervenendo direttamente sulle leggi, le deroghe, le esenzioni, gli incentivi e tutti gli artifici per trasformare in legale l’illegale…

Fermare gli impianti come deciso dal GIP significa perdere soldi, posti di lavoro, scoraggiare i mercati ed allontanare ulteriormente gli investitori esteri dall’ Italia. Il governo, ovviamente pressato dal Gruppo Riva, si è rivolto alla Corte Costituzionale – il cui giudizio è inappellabile – affinchè venga annullata l’ ordinanza che prevede lo spegnimento degli impianti incriminati e la cessazione temporanea della produzione durante le operazioni di bonifica, stimata in 8 – 10 mesi.
La posta in palio è altissima: se la Consulta decidesse in favore del governo, sarebbe come avallare l’ “inquinamento per giusta causa” anteponendo gli interessi economici di tutti – dipendenti Ilva inclusi ma solo per effetto – alla tutela della salute collettiva.
Se invece non la spuntasse l’esecutivo, i primi a pagare saranno le migliaia di lavoratori che si ritroverebbero a casa dall’ oggi al domani, nel pieno della recessione economica, mal digeriti dallo Stato ‘senza soldi’ che il governo dovrebbe trovare imponendo nuove tasse, scaricandone con piacere ogni responsabilità sulla magistratura e l’operato ‘incosciente’ del GIP…
Davvero una gran bella gatta da pelare… tuttavia quale occasione sarebbe migliore di questa per dare un segnale chiaro e forte, affinchè l’ interesse economico non prevalga su quelli della società civile?SMUOVIAMO LE COSCIENZE!

Proverò a chiarire per comprendere meglio la situazione.

Nel 2012 sono state depositate preso la Procura della Repubblica di Taranto due perizie (una chimica e l’altra epidemiologica) nell’ambito dell’incidente probatorio che vede indagati Emilio Riva, suo figlio Nicola, Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento siderurgico, e Angelo Cavallo, responsabile dell’area agglomerato.
A loro carico sono ipotizzate le accuse di disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose e inquinamento atmosferico.

Nella prima perizia, sulle emissioni, si legge che nel 2010 Ilva ha emesso in aria le seguenti sostanze convogliate (tabella A-1 della perizia):

  • 4.159.300 kg di polveri;
  • 11.056.900 kg di diossido di azoto;
  • 11.343.200 kg di anidride solforosa;
  • 7.000 kg di acido cloridrico;
  • 1.300 kg di benzene;
  • 338,5 kg di Idrocarburi Policiclici Aromatici;
  • 52,5 g di Benzo(a)pirene;
  • 14,9 g di policlorodibenzodiossine (abbreviato in diossine) e policlorodibenzofurani;
  • 280 kg di cromo III (cromo trivalente);

Inoltre, da dichiarazione E-PRTR della stessa ILVA (tabella C-1 della perizia):

  • 172.123.800 kg di monossido di carbonio;
  • 8.606.106.000 kg di biossido di carbonio;
  • 718.600 kg di composti organici volatili non metanici;
  • 8.190.000 kg di ossidi di azoto;
  • 7.645.000 kg di ossidi di zolfo;
  • 157,1 kg di arsenico;
  • 137,6 kg di cadmio;
  • 564,1 kg di cromo;
  • 1.758,2 kg di rame;
  • 20,9 kg di mercurio;
  • 424,8 kg di nichel;
  • 9.023,3 kg di piombo;
  • 23.736,4 kg di zinco;
  • 15,6 g di diossine;
  • 337,7 kg di IPA;
  • 1.254,3 kg di benzene;
  • 356.600 kg di cloro e composti organici;
  • 20.063,2 kg di fluoro e composti organici;
  • 1.361.000 kg di polveri.

A tali emissioni convogliate, vanno sommate tutte quelle non convogliate, cioè disperse in modo incontrollato, la cui quantità è riportata nella perizia nelle tabelle A-III, B-III, C-III, D-III, E-III, F-III, G-III, H-III, I-III, e riguardano sostanze come tutte quelle suddette, in aggiunta ad acido solfidrico, vanadio, tallio, berillio, cobalto, policlorobifenili (PCB) e naftalene.

La fuoriuscita di gas e nubi rossastre dal siderurgico (slopping) è un fenomeno documentato dai periti chimici e dai NOE di Lecce. Come da risposta al quesito II della perizia sulle emissioni, la diossina trovata nel corpo degli animali, abbattuti gli anni precedenti proprio perché contaminati, è risultata essere la stessa diossina emessa dai camini del polo siderurgico.

Pur non essendo dei chimici, non è difficile intuire che dall’ Ilva  si disperdono nell’ambiente tonnellate di porcherie che la gente respira e ingerisce. Pensate alla Puglia, alle coltivazioni agricole, all’ olio di oliva, al pesce fresco, alle cozze, al latte, ai formaggi, al vino…

Per ciò che riguarda la seconda perizia, epidemiologica, i periti nominati della Procura di Taranto hanno quantificato, nei sette anni considerati:

  • un totale di 11550 morti, con una media di 1650 morti all’anno, soprattutto per cause cardiovascolari e respiratorie;
  • un totale di 26999 ricoveri, con una media di 3857 ricoveri all’anno, soprattutto per cause cardiache, respiratorie, e cerebrovascolari.

Di questi, considerando solo i quartieri Tamburi e Borgo, i più vicini alla zona industriale:

  • un totale di 637 morti, in media 91 morti all’anno, è attribuibile ai superamenti dei limiti di PM10;
  • un totale di 4536 ricoveri, una media di 648 ricoveri all’anno, solo per malattie cardiache e malattie respiratorie, sempre attribuibili ai suddetti superamenti.

Secondo i periti nominati dalla procura, la situazione sanitaria a Taranto è molto critica, anzi unica in Italia. Gran parte delle sostanze rilevate nella perizia sulle emissioni sono state poi considerate in quella epidemiologica come “di interesse sanitario”.
Gli inquinanti sono in concentrazioni più elevate nei quartieri in prossimità dell’impianto. Le stesse concentrazioni variano nel tempo e dipendono dalla direzione del vento.

Gli esiti sanitari per cui esiste una “forte evidenza scientifica” di possibile danno dovuto alle emissioni del siderurgico sono:

  • mortalità per cause naturali;
  • patologie cardiovascolari;
  • patologie respiratorie, in particolare per i bambini;
  • tumori maligni in generale, in età pediatrica (0-14 anni), tumore della laringe, del polmone, della pleura, della vescica, del connettivo, dei tessuti molli, linfomi non-Hodgkin e leucemie.

Gli esiti sanitari per cui vi è una “evidenza scientifica suggestiva” di un possibili danno dovuto alle emissioni del siderurgico sono:

  • malattie neurologiche;
  • malattie renali;
  • tumore maligno dello stomaco tra i lavoratori del complesso siderurgico.

Per quanto riguarda la diossina, gli impianti dell’Ilva ne emettevano nel 2002 il 30,6% del totale italiano, ma sulla base dei dati INES (Inventario Nazionale delle Emissioni e loro Sorgenti) del 2006, la percentuale sarebbe salita al 92%, contestualmente allo spostamento in loco delle lavorazioni “a caldo” dallo stabilimento di Genova. Quest’ultimo dato non è però attendibile perchè è molto poco rappresentativo della situazione reale.

Ilva, nelle sue dichiarazioni ufficiali, indica nel 21% sul totale italiano la percentuale di diossine emessa dall’impianto di Taranto.

Purtroppo l’Ilva ha sempre sottostimato la diossina, dichiarandone al registro INES meno di 100 grammi all’anno, quando invece le rilevazioni Arpa ne hanno riscontrato circa 172 grammi anno nelle misurazioni del 2008.
Le ultime rilevazioni rese pubbliche dall’Arpa Puglia confermano il progressivo miglioramento della situazione: dal 1994 al 2011 si è passati da 800 a 3,5 grammi di diossine all’anno (1).
La media di emissione annuale di diossine e furani, nello stabilimento Ilva di Taranto, è stata nel 2011 pari a 0,0389 ngTEQ/Nm3, inferiori al limite di 0,4 stabilito dalla legge regionale “anti-diossina” (l.r. n. 44/2008) (2).

note:

  1. “dal 1994 al 2011 si è passati da 800 a 3,5 grammi di diossine all’anno”. Quell’ ‘800’ non lascia spazio a grandi dubbi: lo Stato è il maggiore responsabile dell’elevatissimo grado di inquinamento ambientale in cui versa l’area e soprattutto delle malattie e dei decessi avvenuti nella popolazione per le cause evidenziate nelle recenti perizie, i cui dati sono già solo così sconcertanti contando centinaia di morti e migliaia di malati cronici, pur rilevando valori medi delle sostanze inquinanti notevolmente diminuiti durante il periodo di gestione privata rispetto a quella pubblica.
  2. guardacaso una legge regionale ad hoc fissa il limite massimo delle diossine appena sopra quello dichiarato dal Gruppo…

Tali rilevamenti, però, non vengono effettuati anche di notte, sempre preavvisando l’azienda, non in continuo, e soprattutto per soli dodici giorni all’anno (quattro campagne con tre rilevamenti ciascuna): quella di 0,0389 ngTEQ/Nm3 è una media quindi che potrebbe non fotografare esattamente la realtà, considerando anche le decurtazioni del 35% per incertezza.

nota:
vi rendete conto della presa in giro?
controlli concordati con l’azienda, mai di notte etc etc…

In ogni caso la quantità di diossina riversata nell’ambiente ha reso non pascolabile il terreno attorno all’Ilva nelle aree incolte. Precisamente, un’ordinanza della regione Puglia vieta il pascolo entro un raggio di 20 km attorno l’area industriale che, quindi, diventa un serio ostacolo per la crescita delle aziende zootecniche e produttrici di latte e prodotti caseari, oltre che esserlo per tutte quelle aziende di mitilicoltura, se venisse dimostrato il legame delle emissioni industriali anche con la diossina e PCB rinvenute nelle cozze.

nota:
tutti sanno tutto ma nessuna istituzione interviene, limitandosi a fissare divieti…

La perizia epidemiologica si conclude con un’affermazione che sintetizza forse nemmeno completamente la reale situazione dell’area ionica:

L’esposizione continuata agli inquinanti dell’atmosfera emessi dall’impianto siderurgico ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi di apparati diversi dell’organismo umano che si traducono in eventi di malattia e di morte“.

Fosse per me le patrie galere domattina accoglierebbero tutti i responsabili, fermerei gli impianti e pagherei con i loro lauti compensi gli stipendi di chi perderebbe per mesi  il lavoro. Infine, a questi balordi del “profitto senza compromessi”, darei da bere e mangiare solo prodotti locali tarantini… e l’ora d’aria la organizzerei in locali dove ricircola la stessa aria che si respira nelle acciaierie…

Fortuna loro non ho il potere di farlo!

(fonti: fondazioneansaldo.it / storiaindustria.it / Espresso – Gruppo Repubblica / varie online)

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Sabato 14 aprile 2012, Pescara – Stadio Adriatico, ore 15.29
Durante la partita tra Pescara e Livorno Piermario Morosini, 25enne centrocampista della squadra ospite, viene colpito da malore e si accascia sul terreno di gioco. Trasportato d’urgenza in ospedale, vi giungerà cadavere.

Il mancato intervento tempestivo di  un’autoambulanza, invocato ad un certo punto persino dai cori dei tifosi di entrambe le squadre, è stato  ritardato a causa di  un’auto di servizio dei vigili urbani, i quali l’ hanno incautamente lasciata in sosta all’interno dello stadio ostruendo il passaggio per i veicoli di soccorso, liberato solo dopo aver infranto i vetri dell’auto poi spostata a spinta.

La salma di Piermario Morosini è stata trasferita nell’obitorio dell’ospedale civile di Pescara ed il pm della Procura pescarese Valentina D’Agostino ne ha disposto l’autopsia. Quanto finora sostenuto dai medici, che “nonostante i soccorsi giunti in ritardo sarebbe stato impossibile salvare la vita al calciatore”, “che il suo destino era segnato” non è sufficente anche in virtù di quanto dichiarato dall’ A.d. del Pescara, Danilo Iannascoli, il quale sostiene che l’ atleta era ancora cosciente quando è stato caricato in barella sull’autoambulanza finalmente giunta sul terreno di gioco, che i suoi occhi erano aperti ed i loro sguardi si sono incrociati.

Se per salvare la vita del giovane calciatore ormai è tardi, c’è invece tutto il tempo per scovare chi è, dov’era e soprattutto cosa stava facendo quel pubblico ufficiale che si è reso irreperibile pur lasciando tranquillamente l’auto lì dove nessuno si sarebbe mai sognato di parcheggiare la propria con la speranza di ritrovarla a fine gara…

Il fatto stesso che non sia stato possibile mettersi in contatto con chi avesse le chiavi dell’auto apre le porte a scenari sconcertanti: l’agente poteva non essere in servizio pur disponendo dell’ auto di ordinanza, quindi non aveva con sè la radio.

Il Comune di Pescara avvierà un’indagine interna, un atto dovuto date le circostanze ma evidentemente del tutto insufficiente: questi panni sporchi non si possono lavare in casa propria. Oltre a quella del vigile urbano in questione vanno delineate le condotte di tutta una serie di figure istituzionali, dal responsabile della sicurezza della struttura a quello delle forze dell’ordine.

Potrebbe sembrare esagerato ma pensate ad un comune cittadino qualsiasi, reo di aver ostruito il passaggio ad un’autoambulanza, ostacolando un intervento di soccorso della massima urgenza, nei confronti di un uomo colto da malore che alla fine è giunto in ospedale cadavere…

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NO TAV, no ai treni ad alta velocitàCiò non vi libererà dagli speculatori e non farà cambiare idea al governo.
In ogni caso,

NON ARRENDETEVI

gente della Val di Susa

siamo con voi

Lottate per la vostra terra, le vostre case, lottate per la vostra comunità, i vostri costumi, per i vostri figli ed i nipoti.

Nessuno Stato democratico ha il diritto di farvi quello che state subendo, tuttavia dovete allontanare i facinorosi che vengono strumentalizzati contro di voi ma che con voi non hanno nulla da spartire.

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evasione fiscale, male diffuso ovunque ma al sud più che altroveL’evasione fiscale è un male diffuso ovunque nel BelPaese ma al sud, dove le disuguaglianze sociali sono più marcate che altrove, la gara a chi non paga le tasse non solo è vinta ma stra-vinta.

I dati parziali raccolti dalla Guardia di Finanza confermano i sospetti di sempre, tuttavia non mancano le sorprese negative: se il primato di Napoli non stupisce, raro esempio di ‘eccellenza’ con 82 evasori fiscali ogni 100 contribuenti, il secondo posto conquistato sul fil di lana da Ravenna su Bari desta un certo stupore.

Seguono staccate Palermo e Roma che, con 46 evasori fiscali ogni 100 contribuenti, chiude la Top5.

Al sesto e settimo posto si piazzano rispettivamente Verona e Milano, distanti anni luce dal trio di testaChiude questa prima classifica della vergogna Perugia.

1. Napoli 82%
2. Ravenna 76%
3. Bari 73%
4. Palermo 63,64%
5. Roma 46,91%
6. Verona 34%
7. Milano 32,6%
8. Perugia 30%

Emerge una sorta di ignoranza fiscale piuttosto diffusa e difficilmente arginabile senza la collaborazione coordinata tra le istituzioni locali, Guardia di Finanza e governo centrale. In attesa di nuovi dati, per ora questo è quanto.

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alessandro amigoni, 36 anni, agente della poliza locale di milano che ha sparato e ucciso volontariamente un cileno
IL FATTO

Milano, lunedì 13 febbraio ore 15:00 circa, un ciclista assiste ad una lite in via Pusiano ed avverte col telefonino la Polizia Locale.  Da corso Buenos Aires partono con l’auto di servizio quattro agenti in borghese dell’ Unità Operativa in servizio antiabusivismo che, non lontano dal luogo della rissa, intercettano un’ auto con targa spagnola che imbocca via Orbetello contromano.

Ignorato l’ Alt! intimato dagli agenti, scatta l’inseguimento fino al Parco Lambro dove i vigili riescono a tamponare e a bloccare l’auto in fuga. Le due persone a bordo tentano di scappare a piedi ma il capopattuglia Alessandro Amigoni scende dall’auto, estrae la sua semiautomatica e colpisce a morte uno dei due mentre l’altro riesce a dileguarsi.

LA PRIMA VERSIONE
Secondo la prima versione rilasciata dagli agenti presenti, l’uomo tuttora in fuga era armato e l’agente Amigoni ha sparato per difendersi, colpendo involontariamente  il complice che si è trovato per pura fatalità lungo la linea di tiro. Intervenuti sul posto, i sanitari del 118 hanno tentato di rianimarlo per quasi un’ora prima di trasportarlo all’ospedale San Raffaele dove è morto poco dopo.

La vittima si chiamava Marcelo Valentino Gomez Cortes, 28 anni, cileno e padre di due bambini di 5 e 7 anni; aveva precedenti e risultava destinatario di un decreto d’espulsione nonostante non fosse ricercato. Trovato disarmato, il comandante della Polizia Locale Tullio Mastrangelo ha successivamente spiegato che l’agente Amigoni ha sparato solo dopo che il complice del cileno ha estratto una pistola puntandogliela contro.

LA LEGGE 65/1986
Le dichiarazioni del comandante Mastrangelo sono da tenere in grande considerazione poichè, difendendo l’operato dell’ agente Amigoni, difende anche se stesso. Infatti l’ art. 9 comma 1 della legge 65/1986 “legge quadro sull’ordinamento della polizia locale” recita:
“Il comandante del Corpo di polizia municipale è responsabile verso il sindaco dell’addestramento, della disciplina e dell’impiego tecnico-operativo degli appartenenti al Corpo”.

Le prime analisi medico-legali condotte sul cadavere avrebbero confermato la versione dell’ agente che è stato indagato per eccesso colposo di legittima difesa. Normale procedura.

L’ex vicesindaco, Riccardo De Corato ha precisato: «quello che appare chiaro è che uno dei due sudamericani ha puntato un’arma contro i due vigili che li inseguivano, i quali da regolamento, quando la vita viene messa in pericolo, possono usare l’arma di ordinanza».
«Queste aggressioni – ha continuato De Corato – sono possibili perché Pisapia e l’assessore alla Sicurezza Marco Granelli hanno disattivato quella rete di sicurezza composta da militari, polizia e carabinieri, dai volontari della sicurezza, tutti smantellati dall’attuale giunta».

LA SECONDA VERSIONE
Al termine dell’interrogatorio dell’ agente Amigoni, durato fino a tarda notte, l’accusa è stata tramutata in omicidio volontario poichè la dinamica dell’accaduto sarebbe diversa da quella raccontata inizialmente: i due uomini in fuga erano entrambi disarmati quindi il vigile avrebbe sparato volontariamente e non per legittima difesa. Non si esclude neppure che la vittima possa essere stata colpita di spalle.

Secondo il legale di fiducia nominato da Alessandro Amigoni, «malgrado il colpo alla schiena, può essere sostenuta perlomeno la legittima difesa putativa, vale a dire che il vigile ha comunque percepito una situazione di pericolo».

I TESTIMONI
Milano, 14/02/2012: testimone racconta di aver visto Alessandro Amigoni, vigile urbano sparare e uccidere cileno disarmato il giorno prima.



I PROVVEDIMENTI
Al momento non sono state emesse misure cautelari nei confronti dell’agente che però è stato trasferito dal reparto che si occupa di abusivismo commerciale ad un incarico prettamente amministrativo, dove svolgerà procedure sanzionatorie senza la possibilità di aver un’a
IL COMMENTO
Era meglio aspettare qualche ora prima di esprimere sdegno, rabbia e profonda delusione perchè il buon senso impone di saperne di più.
Era meglio aspettare dopo che solo poche settimane fa, un agente della Polizia Locale è stato investito e ucciso da un suv alla Bovisa.
Era meglio aspettare perchè non è la prima volta che a Milano la Polizia Locale spara.
Era meglio aspettare perchè non sono pochi quelli che nascondono il marcio che hanno dentro indossando una divisa.

Ebbene, ora che ho aspettato abbastanza non sono affatto sorpreso:
la Polizia Locale di Milano è così da almeno due lustri, non da oggi.

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Un mese dopo l’incidente della Costa Concordia sono iniziate finalmente le operazioni di estrazione del carburante dalle cisterne per evitare il disastro ambientale nell’area dell’isola del Giglio. Relativamente una buona notizia.

I 17 corpi recuperati ed i 15 dispersi – 4 italiani, 6 tedeschi, 2 francesi, 2 statunitensi e un indiano – sono le 32 vittime di una sciagura provocata da una serie di circostanze successive al comportamento che non ti aspetteresti normalmente da chi ha la responsabilità di oltre 4.200 anime. Questo è il dato di fatto più grave ed agghiacciante con cui dovranno fare i conti ogni eventuale responsabile e, suo malgrado, chi ha perso i propri cari oltre a chi, sopravvissuto, paga i postumi traumatici di quella notte.

L’ormai famoso inchino è la causa di tutto, una manovra marinara codificata e tollerata pur essendo fuorilegge e sottovalutata in termini di pericolosità. Per quanto poco confortante e assurdo, la verità è tutta qui: è stata una cazzata, la solita cazzata che 1.000 volte è filata liscia, accolta sempre con entusiasmo anche dagli stessi passeggeri che fanno ciao-ciao con la manina dai ponti, che scattano memorabili foto ricordo, che riprendono con videocamere e cellulari…

Stavolta è andata male e nessuno ha preso in considerazione l’eventualità che sarebbe potuta finire molto peggio se non si fosse riusciti a portare Costa Concordia lì dove si è arenata, in acque basse. Sarebbero bastate poche decine di metri lontano dall’isola del Giglio per finire in fondo al mare velocemente, senza possibilità di scampo chissà per quante vite, oltre al conseguente ed inevitabile disastro ecologico.

È andata male anche perchè migliaia di passeggeri non sapevano come comportarsi in caso di emergenza, perchè l’addestramento obbligatorio per Legge era previsto solo il giorno dopo, proprio perchè la Legge prevede che sia svolto entro le prime 24 ore di navigazione. Tutto regolare, tutto sbagliato.

La Legge non tollera ignoranza, a parte la propria.

È vero, sarebbe bastato non inchinarsi per evitare tutto…  ma gli esseri umani sono fatti così. Siamo fatti così: abbiamo il grosso difetto di sbagliare talvolta per ragioni stupide che però difficilmente consideriamo consapevolmente tali a priori.

Un esempio a caso: il Titanic affondò per la stessa stupidità, per arrivare a New York in anticipo sull’orario previsto auspicando un ritorno economico per la compagnia di navigazione, grazie al clamore pubblicitario che avrebbero sollevato i giornalisti.
A velocità normale l’iceberg che non avrebbe dovuto esserci ma che invece c’era sarebbe stato evitato… e con lui l’intera tragedia.

La vicenda di Costa Concordia ha avuto la sua coda, talmente lunga che la scia non si è ancora dissolta…

In un mese i media hanno fatto tanto rumore, troppo, come al solito quando le tragedie diventano un succulento bocconcino da farcire ad arte, cotto e servito al pubblico curioso. Ogni elemento certo o presunto tale è stato condito di illazioni, ipotesi, intrighi e complotti ben oltre il Diritto di cronaca. Ci hanno sguazzato tutti, Rai e Mediaset in testa.

Si è scaduti nello spettacolo inopportuno di cattivo gusto e spesso di qualità mediocre speculando su vivi e morti, su feriti e dispersi, parenti, amici e persino sconosciuti tirati in ballo magari giusto perché residenti nelle stesse località di chi non vi farà più ritorno.

Non è passato giorno senza il passeggero di turno invitato per raccontare la sua esperienza, la sua versione dei fatti. Si è parlato di eroi e di vigliacchi, di incompetenti, amanti e clandestini, di egoismo e solidarietà, di efficienza, di speranza, di sciacalli, di cuochi e marinai, di class-action, risarcimenti, responsabilità e scaricabarile…

Insomma, della Costa Concordia si è fatto un ricchissimo ‘piatto unico’ catalizzando con ogni mezzo le attenzioni del pubblico televisivo: il Comandante vigliacco che nemmeno era in plancia perchè a cena con una giovane moldava non registrata a bordo, poi registrata, poi senza cabina, poi in quella del Comandante che sarebbe il padre della figlia, lui che ha già una famiglia e pure un sacco di grane, lui che non ha abbandonato la nave per ultimo.
Si parla di cuochi che fanno i marinai, di marinai che non si sa dove siano, di ufficiali invisibili e raggruppati su una scialuppa anzichè suddivisi ragionevolmente per guidare le operazioni di abbandono della nave, ci sono i russi che sbarcano per primi, che forse hanno pagato per avere la precedenza sugli altri…

Si parla tanto, troppo.Il Comandante Schettino finisce agli arresti domiciliari ed una procura, quella di Grosseto, si adopera inutilmente per farlo tornare in carcere anzichè occuparsi di questioni più concrete ed impellenti. Al solito siamo diventati gli zimbelli di mezzo mondo, derisi per disorganizzazione, codardìa… i soliti italiani…

Ricordo bene la conferenza stampa dell’ A.D. di Costa Crociere Pier Luigi Foschi che, a poche ore dalla sciagura, sollevava prontamente l’Azienda perchè mantenuta all’oscuro di tutto, individuando nel Comandante Schettino l’unico e solo responsabile dell’accaduto, reo peraltro di aver abbandonato la nave non prima di essersi cambiato d’abito e aver recuperato alcuni effetti personali, tra cui un computer portatile, lasciando al proprio destino chi era ancora a bordo e cercava una via di scampo che non tutti hanno trovato.

Poi il colpo di scena.
Mediaset è in possesso di prove di cui le stesse procure sono all’oscuro: i filmati ripresi sulla plancia di comando proprio durante il black-out conseguente all’urto contro lo scoglio, i momenti chiave per cercare di capire non cos’è successo – che si sa – ma come e cosa si è fatto dopo.

I filmati sono chiarissimi, tuttavia Mediaset insiste con la campagna anti-Schettino.

Sarebbe invece più corretto chiedersi perchè questi filmati saltano fuori dopo quasi un mese e come può una Procura della Repubblica farsi anticipare dai media nel reperire prove di una simile rilevanza.

Possibile che non sia stato interrogato l’autore delle riprese? Difficile.
Costui è riuscito a specularci e, se da una parte è grazie a lui che si può ricostruire una parte di verità, dall’altra c’è da raccapricciarsi.

Dai filmati si evincono una serie di elementi che toccherà alla magistratura analizzare e valutare, tuttavia le contraddizioni con quanto finora sostenuto dai media sembrano del tutto rilevanti:

  • il Comandante era in plancia e non al ristorante a gozzovigliare spavaldo e in dolce compagnia.
  • la ragazza moldava non era in plancia col Comandante ma in un salotto adiacente con altre persone, come da lei dichiarato e da ritenere attendibile poichè nel filmato non compare mai.
  • il maitre pare essere l’unica persona estranea presente in plancia. Residente all’isola del Giglio, il destinatario dell’inchino sarebbe lui.
  • è evidente che, per quanto possa sembrare assurdo, 45 minuti dopo l’impatto con lo scoglio il Comandante non ha elementi sufficienti per farsi un’idea precisa dei danni subìti dallo scafo, quindi aspetta a mettere in allarme le oltre 4000 persone a bordo.
  • in plancia non regna il caos ma si lavora alacremente per fronteggiare il black-out.
  • la prima stima dei danni lo induce a credere che la nave, seppure già inclinata, una volta chiuse le porte stagne non possa affondare.
  • quando gli comunicano dalla sala macchine che l’acqua sale e che le porte tagliafuoco non tengono, ordina al personale di abbandonare la zona pericolosa e di accertarsi di fare evacuare chiunque incontrino lungo la via di fuga.
  • chiede della profondità: 100 metri. Decide di avvicinarsi il più possibile all’isola con l’intento di fare arenare la nave e gettare le ancore per stabilizzarla quanto più possibile.
  • il Comandante chiede di inviargli dei rimorchiatori.
  • chiedono al Comandante se “lasciare tutti al proprio destino” e lui, purtroppo, conferma.
  • l’allarme viene dato ovviamente prima al personale di bordo perchè si prepari a gestire l’emergenza. Dieci minuti dopo viene dato quello generale di abbandonare la nave, nonostante siano già molti i passeggeri a ridosso delle scialuppe.
  • sui ponti c’è calma sia tra i passeggeri che tra l’equipaggio. C’è persino chi, incosapevole di cosa sta per accadere di lì a poco, ride, scherza, gioca a stare in equilibrio.
  • l’inclinazione della nave rende difficoltose le operazioni di sgancio delle scialuppe: si registrano le prime scene di panico ed un membro dell’equipaggio che cade in mare viene tratto in salvo.

In mezzo a tutto questo, ci sono le comunicazioni con la Capitaneria di Porto, ambigue, e quelle assidue del Comandante con il Direttore presso l’unità di crisi dell’Azienda che, quindi, non è vero che è stata tenuta all’oscuro. La stessa Capitaneria pare avesse le apparecchiature spente fino alle 22.30, quelle che avrebbero subito segnalato il fuori rotta della Costa Concordia…

Di cosa avranno parlato il Comandante e il Direttore? Va a saperlo… ci sono domande che resteranno probabilmente senza risposta.

I problemi sono stati tanti, diversi tra loro e soprattutto si sono presentati tutti insieme: l’immagine dell’azienda, la manovra fuorilegge, una nave praticamente perduta, i contratti, le assicurazioni, il recupero del relitto, il danno ambientale… giusto qualche miliardo di euro di perdite… e infatti Costa Crociere è attualmente sotto del 35% rispetto all’anno scorso, con concrete possibilità di fallimento del marchio, ormai tutto tranne che una garanzia. Chi dirige un’azienda queste cose le sa e le tiene sempre ben da conto.

Restano quei 32 morti per quella che doveva essere semplicemente una crociera che non diventerà nemmeno leggenda, per colpa di una cazzata.

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