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La vicenda delle acciaierie Ilva di Taranto è il classico ‘pasticcio all’italiana’: c’è il ricco e potente colosso industriale che non esita a sprigionare nell’ambiente circostante sostanze nocive inquinando l’aria, acqua e terra, c’è la politica locale e nazionale che ne sostiene gli interessi proteggendo in realtà se stessa e le sue malefatte, ci sono migliaia di posti di lavoro in ballo e quindi famiglie intere che poggiano la loro sopravvivenza su quella del polo industriale incriminato, ci sono gli abitanti della zona che si ammalano e muoiono più che altrove, ci sono gli ambientalisti che vorrebbero stare dalla solita parte ma la posta in palio è tale che forse è meglio defilarsi lasciando le proteste ai più accaniti, c’è ovviamente l’ Unione Europea e con lei i mercati, gli investitori esteri, il tracollo da evitare e c’è infine il solito conflitto tra istituzioni e magistratura perchè un giudice ha coraggiosamente stabilito che così non si può più andare avanti e l’Ilva fa fermata, bonificata e controllata prima di riprendere la produzione.

La ‘rivoluzione’ parte proprio da qui, dalla fine…

Nell’ordinanza del 26 luglio scorso il GIP Patrizia Todisco conclude che “chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato nell’attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza”.

Quindi?!?

Dal 1995 l’ Ilva è di proprietà del Gruppo Riva che opera nel campo delle produzioni siderurgiche e delle attività ad esse collegate. Leader assoluto in Italia e quarto a livello europeo in oltre 50 anni di attività, il suo sviluppo è frutto di un’attenta politica di espansione che ha portato alla realizzazione di numerose acquisizioni, tra cui la più importante, secondo quanto pubblicato nel sito istituzionale del Gruppo, è proprio quella di Ilva, privatizzata dal Governo italiano.

L’ ordinanza del GIPè rivolta dunque al Gruppo Riva che ‘gestisce’ ed il Governo italiano che ‘gestiva’ …

Tralasciando i dettagli sui giochi di potere, l’ ILVA è stata fondata da privati nel 1905 e per oltre 60 anni è stata controllata dallo Stato prima di ritornare in mano ai privati meno di 20 anni fa. Qualcuno si ricorderà dell’Italsider e gli impianti mastodontici in liguria, campania e puglia… beh, una volta tutto ciò si chiamava “Ilva” ed è tornata a chiamarsi tale al passaggio di proprietà da pubblico a privato.

È chiaro dunque che, prima ancora del Gruppo Riva, il danno ambientale e le conseguenze annesse e connesse sono frutto della spregiudicatezza dello Stato italiano nel perseguire i suoi obiettivi, attraverso l’operato dei governi che si sono succeduti per decenni, intervenendo direttamente sulle leggi, le deroghe, le esenzioni, gli incentivi e tutti gli artifici per trasformare in legale l’illegale…

Fermare gli impianti come deciso dal GIP significa perdere soldi, posti di lavoro, scoraggiare i mercati ed allontanare ulteriormente gli investitori esteri dall’ Italia. Il governo, ovviamente pressato dal Gruppo Riva, si è rivolto alla Corte Costituzionale – il cui giudizio è inappellabile – affinchè venga annullata l’ ordinanza che prevede lo spegnimento degli impianti incriminati e la cessazione temporanea della produzione durante le operazioni di bonifica, stimata in 8 – 10 mesi.
La posta in palio è altissima: se la Consulta decidesse in favore del governo, sarebbe come avallare l’ “inquinamento per giusta causa” anteponendo gli interessi economici di tutti – dipendenti Ilva inclusi ma solo per effetto – alla tutela della salute collettiva.
Se invece non la spuntasse l’esecutivo, i primi a pagare saranno le migliaia di lavoratori che si ritroverebbero a casa dall’ oggi al domani, nel pieno della recessione economica, mal digeriti dallo Stato ‘senza soldi’ che il governo dovrebbe trovare imponendo nuove tasse, scaricandone con piacere ogni responsabilità sulla magistratura e l’operato ‘incosciente’ del GIP…
Davvero una gran bella gatta da pelare… tuttavia quale occasione sarebbe migliore di questa per dare un segnale chiaro e forte, affinchè l’ interesse economico non prevalga su quelli della società civile?SMUOVIAMO LE COSCIENZE!

Proverò a chiarire per comprendere meglio la situazione.

Nel 2012 sono state depositate preso la Procura della Repubblica di Taranto due perizie (una chimica e l’altra epidemiologica) nell’ambito dell’incidente probatorio che vede indagati Emilio Riva, suo figlio Nicola, Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento siderurgico, e Angelo Cavallo, responsabile dell’area agglomerato.
A loro carico sono ipotizzate le accuse di disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose e inquinamento atmosferico.

Nella prima perizia, sulle emissioni, si legge che nel 2010 Ilva ha emesso in aria le seguenti sostanze convogliate (tabella A-1 della perizia):

  • 4.159.300 kg di polveri;
  • 11.056.900 kg di diossido di azoto;
  • 11.343.200 kg di anidride solforosa;
  • 7.000 kg di acido cloridrico;
  • 1.300 kg di benzene;
  • 338,5 kg di Idrocarburi Policiclici Aromatici;
  • 52,5 g di Benzo(a)pirene;
  • 14,9 g di policlorodibenzodiossine (abbreviato in diossine) e policlorodibenzofurani;
  • 280 kg di cromo III (cromo trivalente);

Inoltre, da dichiarazione E-PRTR della stessa ILVA (tabella C-1 della perizia):

  • 172.123.800 kg di monossido di carbonio;
  • 8.606.106.000 kg di biossido di carbonio;
  • 718.600 kg di composti organici volatili non metanici;
  • 8.190.000 kg di ossidi di azoto;
  • 7.645.000 kg di ossidi di zolfo;
  • 157,1 kg di arsenico;
  • 137,6 kg di cadmio;
  • 564,1 kg di cromo;
  • 1.758,2 kg di rame;
  • 20,9 kg di mercurio;
  • 424,8 kg di nichel;
  • 9.023,3 kg di piombo;
  • 23.736,4 kg di zinco;
  • 15,6 g di diossine;
  • 337,7 kg di IPA;
  • 1.254,3 kg di benzene;
  • 356.600 kg di cloro e composti organici;
  • 20.063,2 kg di fluoro e composti organici;
  • 1.361.000 kg di polveri.

A tali emissioni convogliate, vanno sommate tutte quelle non convogliate, cioè disperse in modo incontrollato, la cui quantità è riportata nella perizia nelle tabelle A-III, B-III, C-III, D-III, E-III, F-III, G-III, H-III, I-III, e riguardano sostanze come tutte quelle suddette, in aggiunta ad acido solfidrico, vanadio, tallio, berillio, cobalto, policlorobifenili (PCB) e naftalene.

La fuoriuscita di gas e nubi rossastre dal siderurgico (slopping) è un fenomeno documentato dai periti chimici e dai NOE di Lecce. Come da risposta al quesito II della perizia sulle emissioni, la diossina trovata nel corpo degli animali, abbattuti gli anni precedenti proprio perché contaminati, è risultata essere la stessa diossina emessa dai camini del polo siderurgico.

Pur non essendo dei chimici, non è difficile intuire che dall’ Ilva  si disperdono nell’ambiente tonnellate di porcherie che la gente respira e ingerisce. Pensate alla Puglia, alle coltivazioni agricole, all’ olio di oliva, al pesce fresco, alle cozze, al latte, ai formaggi, al vino…

Per ciò che riguarda la seconda perizia, epidemiologica, i periti nominati della Procura di Taranto hanno quantificato, nei sette anni considerati:

  • un totale di 11550 morti, con una media di 1650 morti all’anno, soprattutto per cause cardiovascolari e respiratorie;
  • un totale di 26999 ricoveri, con una media di 3857 ricoveri all’anno, soprattutto per cause cardiache, respiratorie, e cerebrovascolari.

Di questi, considerando solo i quartieri Tamburi e Borgo, i più vicini alla zona industriale:

  • un totale di 637 morti, in media 91 morti all’anno, è attribuibile ai superamenti dei limiti di PM10;
  • un totale di 4536 ricoveri, una media di 648 ricoveri all’anno, solo per malattie cardiache e malattie respiratorie, sempre attribuibili ai suddetti superamenti.

Secondo i periti nominati dalla procura, la situazione sanitaria a Taranto è molto critica, anzi unica in Italia. Gran parte delle sostanze rilevate nella perizia sulle emissioni sono state poi considerate in quella epidemiologica come “di interesse sanitario”.
Gli inquinanti sono in concentrazioni più elevate nei quartieri in prossimità dell’impianto. Le stesse concentrazioni variano nel tempo e dipendono dalla direzione del vento.

Gli esiti sanitari per cui esiste una “forte evidenza scientifica” di possibile danno dovuto alle emissioni del siderurgico sono:

  • mortalità per cause naturali;
  • patologie cardiovascolari;
  • patologie respiratorie, in particolare per i bambini;
  • tumori maligni in generale, in età pediatrica (0-14 anni), tumore della laringe, del polmone, della pleura, della vescica, del connettivo, dei tessuti molli, linfomi non-Hodgkin e leucemie.

Gli esiti sanitari per cui vi è una “evidenza scientifica suggestiva” di un possibili danno dovuto alle emissioni del siderurgico sono:

  • malattie neurologiche;
  • malattie renali;
  • tumore maligno dello stomaco tra i lavoratori del complesso siderurgico.

Per quanto riguarda la diossina, gli impianti dell’Ilva ne emettevano nel 2002 il 30,6% del totale italiano, ma sulla base dei dati INES (Inventario Nazionale delle Emissioni e loro Sorgenti) del 2006, la percentuale sarebbe salita al 92%, contestualmente allo spostamento in loco delle lavorazioni “a caldo” dallo stabilimento di Genova. Quest’ultimo dato non è però attendibile perchè è molto poco rappresentativo della situazione reale.

Ilva, nelle sue dichiarazioni ufficiali, indica nel 21% sul totale italiano la percentuale di diossine emessa dall’impianto di Taranto.

Purtroppo l’Ilva ha sempre sottostimato la diossina, dichiarandone al registro INES meno di 100 grammi all’anno, quando invece le rilevazioni Arpa ne hanno riscontrato circa 172 grammi anno nelle misurazioni del 2008.
Le ultime rilevazioni rese pubbliche dall’Arpa Puglia confermano il progressivo miglioramento della situazione: dal 1994 al 2011 si è passati da 800 a 3,5 grammi di diossine all’anno (1).
La media di emissione annuale di diossine e furani, nello stabilimento Ilva di Taranto, è stata nel 2011 pari a 0,0389 ngTEQ/Nm3, inferiori al limite di 0,4 stabilito dalla legge regionale “anti-diossina” (l.r. n. 44/2008) (2).

note:

  1. “dal 1994 al 2011 si è passati da 800 a 3,5 grammi di diossine all’anno”. Quell’ ‘800’ non lascia spazio a grandi dubbi: lo Stato è il maggiore responsabile dell’elevatissimo grado di inquinamento ambientale in cui versa l’area e soprattutto delle malattie e dei decessi avvenuti nella popolazione per le cause evidenziate nelle recenti perizie, i cui dati sono già solo così sconcertanti contando centinaia di morti e migliaia di malati cronici, pur rilevando valori medi delle sostanze inquinanti notevolmente diminuiti durante il periodo di gestione privata rispetto a quella pubblica.
  2. guardacaso una legge regionale ad hoc fissa il limite massimo delle diossine appena sopra quello dichiarato dal Gruppo…

Tali rilevamenti, però, non vengono effettuati anche di notte, sempre preavvisando l’azienda, non in continuo, e soprattutto per soli dodici giorni all’anno (quattro campagne con tre rilevamenti ciascuna): quella di 0,0389 ngTEQ/Nm3 è una media quindi che potrebbe non fotografare esattamente la realtà, considerando anche le decurtazioni del 35% per incertezza.

nota:
vi rendete conto della presa in giro?
controlli concordati con l’azienda, mai di notte etc etc…

In ogni caso la quantità di diossina riversata nell’ambiente ha reso non pascolabile il terreno attorno all’Ilva nelle aree incolte. Precisamente, un’ordinanza della regione Puglia vieta il pascolo entro un raggio di 20 km attorno l’area industriale che, quindi, diventa un serio ostacolo per la crescita delle aziende zootecniche e produttrici di latte e prodotti caseari, oltre che esserlo per tutte quelle aziende di mitilicoltura, se venisse dimostrato il legame delle emissioni industriali anche con la diossina e PCB rinvenute nelle cozze.

nota:
tutti sanno tutto ma nessuna istituzione interviene, limitandosi a fissare divieti…

La perizia epidemiologica si conclude con un’affermazione che sintetizza forse nemmeno completamente la reale situazione dell’area ionica:

L’esposizione continuata agli inquinanti dell’atmosfera emessi dall’impianto siderurgico ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi di apparati diversi dell’organismo umano che si traducono in eventi di malattia e di morte“.

Fosse per me le patrie galere domattina accoglierebbero tutti i responsabili, fermerei gli impianti e pagherei con i loro lauti compensi gli stipendi di chi perderebbe per mesi  il lavoro. Infine, a questi balordi del “profitto senza compromessi”, darei da bere e mangiare solo prodotti locali tarantini… e l’ora d’aria la organizzerei in locali dove ricircola la stessa aria che si respira nelle acciaierie…

Fortuna loro non ho il potere di farlo!

(fonti: fondazioneansaldo.it / storiaindustria.it / Espresso – Gruppo Repubblica / varie online)

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